nid

putain des mots

.

C’era freddo persino nel tepore,
c’era vento oltre gli occhi.
Solo il rumore dell’attesa
rimane a scandire il respiro del pianto.

Fra i calcinacci t’avrei fatto l’amore
che era bello Amarti anche lì,
sulle nostre rovine
prima o poi ci nascerà un fiore.

Senza pareti,
l’anima t’accoglieva più della mia figa.
Un corridoio lunghissimo
in cui entravi e stavi.

Entravi gridando come un bambino
– Sono a casa! Sono a casa! Sono a casa!
Poi, nel nostro mare, accarezzandomi, piangevi.

con Te.
s’è aperta una persiana
sulla mia solitudine.

Ora sbatte, sbatte.
Qualche volta ancora entrano i gabbiani
a fare sui calcinacci della nostra vita,

il loro nido
.

Liberamente tratto dalla persiana che sbatte,
dal tuo odore, dalle lacrime, dall’Amore

tendresse

nue

.

Mamma forse ha pianto da sola
quando le ho fatto trovare sul tavolo in cucina
una copia del libro con degli articoli su di me.

Oggi piangerà di nuovo
quando mi vedrà in vetrina.

Nelle librerie locali mi hanno dedicato le vetrine
come le puttane d’Amsterdam,
avrò anche io, puttana di parole, la mia vetrina.

Mamma m’ha preparato il pane fatto in casa.
Sono quelle le sue carezze.
Lei che non sa niente del mio buio.
Ho mantenuto in questi anni di buio, dopo la sua malattia,
un sorriso a salve per tutti.
Soprattutto per lei.

Idealmente vorrei poter far giungere una copia del libro
a tutti quelli che mi fanno compagnia, qui.
La rete regala anche la rara preziosità di persone speciali.
Ognuna con le sue particolarità.

C’è una ragazza di Milano che seguo
da sempre silenziosamente e con la quale non ho mai
avuto alcun contatto.
Ho sempre trovato bella la sua generosità
nel mettere a disposizione i suoi libri alle persone in rete.
Una biblioteca vera e propria per i naviganti.
A lei arriverà in settimana una copia del mio libro
ed è il mio modo per renderlo disponibile
a chiunque volesse chiederlo in prestito.
E’ quello il modo per poter ringraziare ognuno di voi
che avete fatto sì che le mie parole
su schermo andassero a diventare parola scritta.

Questo il suo blog

.

liberamente tratto dalle mie pagine
di quotidianeità, dalle rincorse delle nuvole,
dagli incontri

silence III

vide

..

Le dita percorrono il silenzio,
racchiuso, fermo in un bacio.

Le mani stringono tutto
senza mai tenere niente.

Solo il vento muove le assenze
solo il vento asciuga gli ossi di pesca,

qualche volta
anche i lunghi silenzi degli occhi
irrigano, prosciugandola,

l’anima.

liberamente tratto dal respiro,
dal vento, e da una collina dentro
dove fioriscono i ciliegi

seule

seule

.

Avevo chiesto di poter evitare di andare su un palco
per questo avevo proposto di poter fare la serata di poesia
da un tavolo sottostante il piccolo e di poco rialzato palchetto.

Il locale era buio nel pomeriggio;
ero andata a vederlo per capire meglio gli spazi
e per organizzarmi con i ragazzi che avrebbero fatto per le mie parole
un concerto rock.

Stabilisco col titolare del locale il tavolo dove sedermi
insieme alle persone che erano con me
e da dove avremmo dovuto fare poesia.
Poi andiamo a respirare mare.

L’aria di mare è un’aria che manca a chi come me
vive con le montangne tutt’intorno.
Era bello respirare mare, mentre leggevo tutti gli articoli
usciti sulla stampa ligure.

La sera arriva troppo presto.
Fuori dal locale, seduti ad un tavolo con alcune persone
ci raggiunge un cameriere e mi avverte di qualcosa
che avevo già previsto.

– L’organizzatore ha deciso che tu ti siedi a quel tavolo lì
e m’indica il tavolo vicino alla porta d’uscita.
Tavolo lontano dal palco.Tavolo di distanze.

Sì, nessun problema, ribadisco io.
Farò poesia da qui e se la gente non sente, impareranno a tacere
che la poesia ha bisogno d’ascolto, non di micorfoni, non di palchi.
Sui palchi ci vadano i bravi, i vincenti.

Inizia così la mia ribellione interiore,
e penso che non poteva essere diversamente.

Al tavolo con me alcuni soci del Club Tenco,
Giovanni Choukhadarian, Calogero e Michela.

Interviene Giovanni Choukhadarian a metà serata,
parlando di me, quando il rumore del rock si fa silenzio.
Dice cose belle di me che quasi mi viene da piangere.

Sappiamo entrambi che non avrò spazio per dire.
Sappiamo che non avrò spazio per fare poesia.
Opporsi in certi casi è sempre sconveniente.

Riusciamo a fare poesia in un unico folle gesto.
Un bacio lungo, appassionato nella sala che si fa pudica
negli occhi imbarazzati della gente che ci guarda.
Le mani ci scivolano reciprocamente addosso.
Le mie cercano il suo sesso,
le sue i miei seni molto evidenti.
Le mani allora salgono sulle teste e pioggia di carezze
sempre in questo lungo bacio.

E’ stato l’unico momento di poesia
che ho potuto fare in sala.

Gli Amici del Club Tenco hanno così lasciato il nostro tavolo
per creare fuori dal locale, una improvvisazione poetica
facendo loro il reading delle mie poesie,
seduti intorno a un tavolo che ho raggiunto come fosse un utero.

Lì abbiamo fatto poesia.

Sono salita, a fine serata sul palco un attimo
per rivendicare il mio reato esistere
fuori da ogni palco che non m’appartiene.
.

La notte l’ho passata su un motore con uno sconosciuto
per poi finirla a casa sua, dove aveva musiche e parole da farmi sentire.
– Dimmi poetessa, ma che ne pensi delle mie parole?
Non sono riuscita a rispondergli.
Il sonno m’ha colta ancor prima che le ascoltassi,
sul divano dove mi sono svegliata stamani
coperta, rimboccata da una coperta di lana che il giovane rockettaro dai capelli neri lunghi
m’aveva buttato addosso.

Non l’ho svegliato prima di andarmene.
Ero in collina, in alto in una bella villa da dove si vedeva il mare.
Il mio fuggire m’ha riportata dove le persone che m’aspettavano
erano preoccupate.

E anche questa è stata Poesia.

.
liberamente tratto dalle cose che accadono

coeur

Sans papier - reato d'esistenza di una buona a nulla

.

Il libro è dedicato a te, Giacomo.

Tutto d’un fiato, tutto d’un sorso te lo sei letto, sere fa, accanto a me,
a letto, quando, sei tornato a tirarmi fuori dal mio girone dell’inferno
dove ormai vivo da tempo,

Il tempo con te è il mio tempo migliore perchè è il tempo che ha futuro.
Il mio tempo è un tempo morto da cui può nascere solo
l’illusione di vita attraverso le parole.

Più di chiunque altro tu l’Ami, quest’insieme di fogli
racchiusi in una scatola bianca,

Tu non m’hai visto scrivere.Tu m’hai visto morire.
Ch’è la peggiore cosa una mamma possa dare al proprio figlio.
Una morte lenta, giorno dopo giorno, mentre mi chiedevi di non andare
e io non avevo sponde se non te, dove ancorare i miei eventuali altri giorni.
M’hai vista bloccata in un letto, per un anno.
M’hai visto rifiutare tutte le cure possibili.
M’hai visto rifiutare ogni volontà di guarigione.

Più volte t’ho affidato il futuro. sperando di non svegliarmi più.
Poi arrivò la stagione della stanchezza.
Quei giorni bui in cui ogni giorno pregavo quel Signore che mai
t’ho insegnato a pregare, di portarmi via.
Di prendermi, magari, mentre t’abbracciavo
per morire nel pieno della vita. La tua.

Sono stati i giorni della pioggia.
Pioggia che ci lavava gli occhi e che ci rendeva carne senza pelle.
Lì hai imparato a piangere in silenzio.
Lì hai imparato a costruirti le spalle che le mie erano piccole.
Lì abbiamo iniziato a piangere insieme.

Scelsi allora di allontanarti da me, non perchè non t’amassi,
ma perchè t’amavo così tanto che non era giusto
tu vivessi nella mia tomba, tu avevi bisogno d’Amore
e hai la fortuna di un padre che t’Ama.

Quando scelsi di morire, ero già il mio inverno
e il mio corpo provato non aveva più voglia di resurrezione.
Lasciai la vita, per morire lontano da te,
lontano da tutti.
Ed è stato l’inverno più lungo della nostra vita:
Lungo perchè ogni giorno ancora mi svegliavo
e mi svegliavo piangendo
per piangere le lacrime prese in prestito dalla maledizione.

Arrivò la morte e poco prima che arrivasse
mi presero con la forza, ch’io non ci sarei voluta andare,
 fino a lassù sulla casa sul lago,
la nostra seconda casa,
l’utero che mi ha salvata da me stessa,
la casa che m’ha restituita alla vita.

Sei stato l’unico a capire che la Parola
forse avrebbe potuto salvarmi
e come un genitore, quando tornavi controllavi le cose scritte
e mi rimproveravi se non scrivevo.
"Mamma, devi scrivere, Secondo me prima o poi pubblichi!
Forza! E’ bello come scrivi. Fallo per me!"

Allora io mi sono aggrappata a quel tuo
"fallo per me"
ogni giorno e ogni notte. Spesso piangendo.
L’ho fatto per te, solo per te!

E sabato sera, in una stagione non del tutto passata
ma con qualche schiarita nelle mie solitudini,
in questa casa dove t’ho cresciuto e piena dei nostri odori,
tu leggevi il libro mentre io scrivevo
accarezzandoti, piangendo, la testa.

– E’ bellissima questa!
Pensavo ti riferissi ad un brano del tuo cd che stavamo ascoltando.
– No, mamma. Parlo del libro. Questa poesia è bellissima.
– Quale tesoro?
La bambina e il ciliegio. E’ bellissima.

Ti guardo, t’abbraccio e ti chiedo scusa
per tutte le ciliegie che t’ho negato e per i troppo lunghi inverni
che hai visto nei miei occhi.

– Sei bellissima oggi mamma. Hai gli occhi che ridono
anche se piangono.

E t’abbraccio come s’abbracciano le cose preziose della vita.
Il libro è dedicato tutto a te. solo a te!

Mamma sei bella quando sali sul ciliegio in fiore,
Sembri davvero essere tornata te!
.

liberamente tratto dalle lacrime

ciel

mon aquilon dans tes mains

.

Sulle pareti avevo scritto il Tuo nome.
La stanza è il mio altare: è lì che Ti sposo tutti i giorni.
Lì piango.
Qualche volta vivo.

Fuori dalla stanza,
altre stanze, molto più grandi
con pareti piene di ricordi
che nemmeno se pitturo il futuro, si cancellano.
Anche lì io piango.

Per questo la porta è
un aquilone in volo disegnato sulla parete.
Quello è il volo di chi s’è bruciate l’ali,
quello è il volo dei gabbiani.

Ogni volta che l’osservo
io  non piango.
Mi bagnano l’anima,  sempre gli schizzi
delle Tue onde sul mio scoglio

ed è quello l’unico momento
in cui io,
abbracciata a Te,
senza più alcun cielo

spicco il volo

.

Liberamente scucito dalle coronarie

note

jeux des mains

.

Dal diario dei miei giorni, respiro un’aria nuova,
non viziata, non viziosa, curiosa.
Sempre più forte, l’urgenza di piangere.

Sarei dovuta essere già a Imperia, ora.
Ero attesa per un’ora fa,
poi il mio carattere mi impedisce di subìre scelte altrui
con il lasciapassare sempre obliterato della mia solitudine
da cui non riesco a separarmi.

E’ un reato esistere, forse,
il mio esistere.

Il mio faro segue le onde, non la corrente.
S’illuminano i detriti sui miei fondali,
ogni volta che m’incrocio lo sguardo allo specchio.

Ho bevuto anche l’anima stanotte, piangendo.

Mi si vuole mandare su un palco che io non voglio.
Le mie parole nascono dal buio
e non meritano niente oltre la penombra.
Forse alla troppa luce, morirebbero.
O forse ne hanno solo paura.

Quando si è abituati a difendersi dai ceffoni,
una carezza, un gesto a cui non si è abituati,
potrebbe creare un’emozione così forte da morirne.

Girando per la rete, su vari blog,
ho trovato riferimenti a me.

Ringrazio Massimo che ha scritto di me
nella sua bellissima  
bottega dell’assenzio
(che non conoscevo, purtroppo)
Ringrazio Roberto, nuova conoscenza,
 che mi ha dedicato un post
sul suo blog
Ringrazio anche
Remo  che mi ha ricordata sul suo blog;
Ho ritrovato parole mie, scritte molto tempo fa
sul blog di
Sil, oggi.

In questi giorni stanno arrivando
all’editore e a me, inviti per reading e serate di poesie.

.

La poesia è il frutto che nasce
da piante apparentemente morte.
Ed è in questo il loro vero e unico miracolo.

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Domani sera sarò a Imperia

.

liberamente tratto dalle emozioni