fleurs frites

potessi mettere una delle immagini
del mio archivio, inserirei
mani di donna che portano alla
propria bocca altre mani.

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C’è un tratto della memoria ch’è la certezza del ricordo.
Quando il ricordo ha un sapore, la memoria
prende forma, gusto, sapore.

La forma è una vaschetta di fiori di zucca
e il sapore del ricordo assale la tristezza.

Ho comprato una vaschetta colma i fiori di zucca
per i tuoi sapori e per i miei e per quelli di tua zia e di nonna.
Oggi a cena ho deciso che ci saremmo mangiati
un pò di memoria, come allora,
quando non c’eri e io ne avevo poca
anche solo per immaginarti.

Domani riparti, verso il tuo futuro estivo
che sa di salsedine e spensieratezza.
Domani e per un mese sarai via
fra le onde della tua età estiva.

Ho cucinato io in casa di tua nonna,
come amavo cucinare le volte che veniva tuo padre
prima che diventasse mio marito
e come amavo fare da bambina
facendo mangiare ai nonni le peggiori cose.

Fiori di zucca, tesoro.
Pastella a occhio, come tutta la cucina di tua mamma.
Mai che abbia seguito una ricetta,
mai che mi sia attenuta a dosi specifiche.
L’occhio dosa tutto. Il gusto pure:
una semplice formula algebrica della memoria
degli odori e dei gusti,
una semplice intuizione e quel pò d’Amore
che non guasta mai.

fiori di zucca, tesoro.
Nella casa degli uteri che ancora ha gli odori
delle mura spesse di pietra d’estate
dove non arriva eccesso di calore.

Fiori di zucca, lavati senza togliere il pistillo
ch’è come evirare un sapore,
passati nella scatola della farina, lasciati roteare lì
per poi arrivare alla vaschetta di pastella
d’acqua, farina e poco sale.
Una padella d’olio d’oliva a friggere la memoria dei ricordi estivi.

Fiori di zucca,
immenso vassoio sulla tavola
della casa dalle mure spesse.

Nessun rumore arriva,
nessun senso si disperde sul soffitto a cassettoni di legno.
Solo uno squillo interrompe il cordone
del sapore dei nostri sensi.
E’ tuo padre. Gli chiedi di richiamarti che stai cenando a fiori di zucca
dalle smorfie capisco che non capisce e tu lo
mandi affanculo.

Fiori di zucca, figlio
se ho fritto anche le alghe dentro me
e tutte le erbacce amare della vita
e del pane che non mangio mai
però t’ho insegnato le buone maniere
rimproverandoti che così non si irisponde al propio padre, cazzo:

Terminata la cena, dai, richiamalo, sii grande, chiedigli scusa.
Quante scuse dovrebbe chiedere lui a te.
Ma non è figlio mio e io non glielo dirò mai.

Un buon sapore i fiori di zucca, stasera, figlio.
L’utero che pulsa nelle matriosche che ti hanno cresciuto
insieme a me.

L’ultimo fiore di zucca è il tuo, figlio.
Tu che hai da crescere e da uscire
da queste mura spesse di pietra.

Se non hai richiamato tuo padre
forse fra un fiore di zucca e l’altro,

un giorno anche lui
capirà

liberamente lavato in acqua corrente, infarinato, fritto e mangiato
dal nostro album di famiglia.