oblade

ciel nuée

 

Guarda chi si vede, la mia b.
vieni qui e fatti guardare

Mi accoglieva sempre così.
Con un frase d’ingresso più forte di mille tuoni dentro.

L’ingresso era una piccola porta in cristallo
con disegni in ferro battuto pieno di riccioli
sotto porta San Frediano, piano terra.

Apriva sempre lei, la giovane moglie che s’era sposato
quattro mesi prima di perdere la vista.

Mi chiamò un pomeriggio d’inizio estate
"senti matta, te che scrivi che sembra stampato
con quella grafia perfetta di una parola che sembra viva,
per il matrimonio, mi regali gli inviti scritti a mano uno a uno scritti da te?
Poi ti faccio fare un giro in Ferrari, che mi sposo con la Ferrari.
Cazzo, almeno un giorno dirò che ho guidato la Ferrari e che t’ho portato
per  le colline dei ricchi a fare il potta"

Ricordo che pensai alla sua follia.
Cazzo Tiziano, ma quanta gente inviti al matrimonio?

Ti avviso per tempo, almeno c’hai tutti i mesi che vuoi per scrivere.
Centocinquanta inviti.

Dai, regalo accordato. Hai gli inviti.
Dimmi il tipo di carta, dimensione e se vuoi qualche disegno
oltre alle parole.

No, pensaci te. Pensa a me e falli come credi.
(pensai a lui e vennero bellissimi)

Amai Tiziano per la libertà d’espressione concessami
ma mi fu difficile rispettare "il prototipo" che m’ero immaginata.

Da ragazzina, per pagarmi i vizi, d’estate lavoravo.
Un’estate lavorai come decoratrice in una ditta di cornici.
Fui buttata fuori dopo dieci giorni perchè facevo
le cornici come piacevano a me.
Non rispettai nemmeno un codice d’articolo, un prototipo.

Quell’estate avrei pulito gli uffici postali
di tutti i paesini di montagna.
Avevo quindici anni.
Nel pulire avrei potuto usare la mia fantasia.

Telefonai a Tiziano.
"Senti testa di cazzo adorabile, gli inviti sono pronti
ma non farmi fare un giro in Ferrari
che a me la Ferrari non piace come macchina.
Offrimi una bevuta. Va bene al plaigin venerdi sera?"

Ci accordammo per quel venerdì sera.
E io al mio solito, bucai l’appuntamento
non avevo il telefonino. Non lo volevo avere.
Non pensavo nemmeno di avere un telefonino.
In quegli anni erano dei cassettoni i telefonini.
Pesi. Con borsa. quindi non lo avvisai
per perdermi nel letto di qualcuno.

Mi sedetti imbarazzata sul divano accanto a lui.
Lui che non mi vedeva però mi ricordava.
M’accarezzò la testa.
Avevo da poco tagliato corti i capelli.
Esordì con un "maddai che sembri Valentina di
Crepax,
due colpi te li darei, però cazzo ora lo troverei il buco?"

Parlammo a lungo.
Mi stupì di lui lo sguardo velato
puntato da dove la voce usciva, come se mi guardasse.

Avevamo l’imbarazzo di chi si "vede" per la prima volta
avevamo vite vicine
la sua si sarebbe fermata con la malattia
la malattia della vergogna
SindromeDaImmunodeficienzaAcquisita

Fu l’ultima volta che ci vedemmo.
L’avrei salutato un’ultima volta, ancora
da dietro a occhiali scuri dietro i quali io piangevo.

Tanta voglia di tornare a quel venerdì bucato
al plaigin e ordinare una bevuta
per una ultima occhiata

Ciao Tì

.

1° dicembre giornata mondiale per la lotta all’aids

liberamente tratto dai ricordi del cuore