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Di tante parole avrei ascoltato le Tue
così diverse dalle mie
per tentare una disuguaglianza in tutte le similitudini.
Ero la corrente che non T’avrebbe
mai disincastrato dai Tuoi grovigli.
Dicono che anche l’abitudine metta da qualche parte le radici
e io, Tesoro, di questo Amore
Amato, abusato, perduto, nascosto, ritrovato
non avrei mai smesso d’aver pazienza.
Ti scorrevo addosso,
mentre dormivi i soliti fotogrammi nel letto di spighe di grano.
Ti rialzasti dalla polvere
senza più la certezza degli occhi
fu così che Ti prestai i miei, da sempre ciechi
con l’unica certezza delle lacrime.
Nei nostri occhi, trovammo il mare.
Nelle mani, le stigmate della condanna dell’Amore.
Che non c’è peggiore condanna
per chi da sempre s’è speso come carne da macello
di ipotecare, in un giorno senza più tempo,
il cuore.
Il mio lo gioco ai dadi
fra le lenzuola d’altri, chiamando ognuno col Tuo nome.
E ogni volta che mi godono
arrivano forti le Tue lacrime
a bagnarmi di Te,
il sesso
.
Liberamente trovato dove Tu m’hai inseminato il cuore