les jours

indépendance - petite

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Non ti dirò che il bosco fa paura,
non ti dirò di schivare le onde,
nè ti chiederò di sopportare le nuvole,
ma ti pregherò di avere sempre sete.

Ho spento le candele
e acceso la prima luce.
Ho riposto la bacinella e riaccesa
una lavatrice.

Non ti dirò che vivere mi fa un po’ paura
ma ti racconterò degli uccelli del bosco
e dei segreti che stanno nelle radici
per non parlarti delle belve
che si vestono con le camicie.

Non ti dirò
la fatica nel rispondere a salve
quando mi si chiede come sto,
e i miei vestiti con me dentro sono lì
e l’anima altrove.

Ho spento la testa
e acceso senza osservare precedenze, il cuore;
segnala verde anche al rosso,
e lampeggiano gli occhi,
in un pericolo che ignoro, giallo.

E’ il primo segnale
per dirti che ho quasi deciso di scendere
dalla realtà ed entrare nel sogno.

Figlio,
io domani rinasco

.
Lettere a Giacomo
sperando che la tua tenda sia piantata bene
fra il cuore e l’anima – il resto è solo noia

arbre

indépendance - les temps

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Guardo a te,
come si guarda con stupore alla vita,
nella tenerezza
ch’è del tempo, conferma d’essere.

Hai piantato una tenda stanotte in mezzo al bosco.
Fragile e forte,
il vento non l’ha spostata.

Racconti della vita che vivi
nel rumore del silenzio,
dove fra le foglie che cadono,
siamo eterno divenire.

Radice del mio stare,
eri orgoglioso della tenda che ha resistito
mentre altre sono volate,
trasportate dall’assenza di fatica.

Non è altro la vita, se non rischiare
alternativa al violentare il cuore
senza farlo godere.

Prendi tre foglie e legale in una
collana di parole
e consegnala al dio del bosco,
come in preghiera,

rispettando cielo e terra,
sii della tua vita

il grande timoniere

.
La tua prima vacanza organizzata e pagata da solo
facendo con gioia, nelle tue ferie, il cameriere.

papa

indépendance - pensée

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Sai babbo,
capita spesso che ti pensi
come si pensano gli odori d’infanzia,
gli errori del tempo,
i silenzi mai catalogati,
le capriole nell’erba, vicino al fiume, d’estate.

Ho pensato al  regalo più grande io abbia avuto da te,
ch’è stata, la Libertà del pensiero.
E mi regalo ogni giorno,
per sopravvivermi, nel mondo non pensante
un pensiero di Libertà.

Ebbi giorni fa, babbo,
una diatriba con uno che fa il tuo stesso lavoro.
Era l’avvocato della controparte.
Ad un tratto gli chiesi cortesemente di togliersi la cravatta
e di essere persona Libera, capace di pensare.

S’offese l’uomo, il predicatore di legge,
s’offese un abito distinto di classe.
Forse un pugno d’anni più di me e un codice civile
imparato a memoria a dovere.

Gli chiesi di sfogliare in cuor suo,
un codice morale.
Allora il laureato esibì il suo sapere
non il conoscere.

Mi morsi la verità e gli chiesi scusa
se mai si fosse sentito offeso.
Non capii nemmeno le scuse e mi liquidò
con quel fare da cameriere
che, offeso, deve servire un altro tavolo.

Quando guardo tuo nipote crescere,
trovo un pensiero, come una betulla, respirare.
Trovo la fronte dei tuoi pensieri
e la consapevolezza del cuore.

Sai babbo,
qui passano gli anni come coriandoli a carnevale
e tanta vita è passata, dove si sta prosciugando il fiume.
Sono ancora più alte le betulle,
sempre fresco l’odore del pane
in me, invecchiata.

Anche il granchio si nasconde nella terra d’estate,
per l’ombra, per l’umido, per la pesantezza dell’estate.

L’abete della tua assenza
riempie buona parte del secondo prato,
dove inizia il ruscello
e le pietre sono levigate dalla certezza dell’acqua.

Lega per le mie notti buie
un’amaca fra le stelle

.

Mancandomi, senza origine,
cerco la destinazione

Françoise II

indépendance - tout bas

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Cara Francesca,
dopo settimane ho trovato il coraggio di leggere quell’articolo che ti riguarda.
I giornalisti sono sempre stati dei menzogneri.
Parlano di te come un’anziana invalida a cui sono stati sottratti un pugno
di euro. Non sanno che ti hanno sottratto la dignità, tutta.
Non sanno che hai solo 47 anni, qualche aborto forzato alle spalle,
tre tentati suicidi da quando t’hanno rinchiuso

Loro non lo sanno come si perde la dignità nel manicomio
e come si guardi al cielo, senza l’odore dell’aria.
Forse non lo sanno che una bambina a sedici anni in un manicomiio
poi va a finire che ci muore.
Non sono manicomi, ora. Sono strutture pubbliche in cui col caffè ti
sedano perchè tu non rompa troppo i coglioni.

Da quando hai perso l’uso delle gambe
ti hanno tolta anche la libertà di scappare.
Dimmi Francesca, ti hanno dato almeno quattro biscotti stamattina?

Sai Francesca, volevo dirtelo,
nella guida che uscirà presto, del nonno, con la Castelvecchio Editrice
ho scritto anche di te, nell’introduzione.
Ho scritto anche dei nostri babbi, ricordandoli
e in parte, col cuore maledicendoli per non essere stati capaci di difenderci.
Sai Francesca, la zia Irene, mia mamma, vuole fare appello alla sentenza
perchè ti hanno portato via tutto.
Ma lei non sa che alle sentenza non si può fare appello.
Si può solo subire. O al limite, sputtanare.
Io alle cose che non sai, darò voce.

Mi hanno detto che giorni fa, ricordavi il villino e chiedevi notizie.
Non è più nulla tuo, Francesca.
Nemmeno quello che indossi, che ti vestono con gli stracci della Caritas.

Ti ricordi Francesca l’odore dello studio in Via Condotti?
C’era l’odore di legno e pipa e la segretaria sempre sorridente
che ci aspettava con delle caramelle.
C’erano gli altri avvocati che ci salutavano, poi tu mi portavi a
guardare vetrine. io detestavo le vetrine, ma adoravo te.
Allora anche le vetrine diventavano belle.

Andavamo in una delle vie che io meno ho sopportato di Firenze:
Via Tornabuoni. Io non lo sapevo, tu nemmeno, ma tanti di quei fondi
erano già tuoi e sono quelli che ti ha rubato il tuo tutore
quando saresti stata mangiata dalla vergogna dei tuoi,
e rinchiusa per il carattere ribelle, nel manicomio di San Salvi.

Ti ricordi Francesca di quell’agello bianco
tenuto in Piazza della Signoria per  le foto caratteristiche?
A te faceva tenerezza. Io preferivo guardare i cavalli o
dare da mangiare ai piccioni.
Preferivo il negozio che faceva i bomboloni caldi in Via Condotti.

Quando saresti cresciuta, venivo ogni giorno a portarti fuori
per andare a guardare in centro oltre che le vetrine,
il culo agli uomini. Ti piacevano troppo.
Chissà se ancora guardi il culo agli infermieri quando ti sedano,
io spero vivamente tu continui a bestemmiare quando li vedi avvicinarsi,
che ogni tua bestemmia in Dio è la più Sacra delle preghiere,
perchè Tu sei Sacra. Tu sei la terra debole
dove ci nascono rari e preziosi fiori
quando ancora m’abbracci.

Tu sei il sapore dei baci perugina,
mangiati insieme la domenica sulle panchine dei giaridnetti
in piena austerity.

Sai Francesca,
la balena bianca mangia i cristiani buoni.
Non è cambiata poi tanto la storia.
Un tempo c’era la settima meraviglia del mondo, il colosseo
per vedere sbranare gli uomini.

Anche ora è così e tu sei figlia di un’ingiustizia del sistema,
di quel potere occulto di natura bianca con le toghe nere.

Perchè tutto questo Francesca?
Perchè abbiamo gli occhi chiari e un cognome ch’è rimasto solo donna, qui.
E lo dico a te, che qui stanno tentando di fare,
certi poteri bianchi, salvati dalle panchine del duomo
il culo anche a me.

Dovesse mai arrivare nell’istituto dove sei,
una che bestemmia più di te,
quella sono io, Francesca.

Se solo dovessi riconoscermi, sii gentile con gli infermieri,
fatti spingere la carrozzella fin dove finisce la distanza
e in un abbraccio, almeno te,

sorreggimi

.
Dalle cose che accadono, ricordando la parte forte del mio cuore.
Signori che non conoscete le mie frasi bianche. Io vi avevo avvisato che
non frenavo la lingua. E che avrei iniziato a parlare per quello che so.
Un’altra mossa falsa e io continuo la storiella di come vi parate il culo,
schifosi poteri bianchi di Firenze.

reflétée

indépendance - la pudeur

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Iniziò un giorno,
la memoria ch’è dei nostri giorni, storia.

Iniziò fra le lenzuola clandestine
nella camera ricavata in un buco nella soffitta.

Raccontavano della tenerezza dell’incontro,
raccontavano del dover nascondesi,
sempre e comunque.

Il germoglio erano i miei fianchi
allargati nell’attesa del nuovo tempo.
Fiorivano le stagioni,
nell’attesa della donna.

Nel silenzio avremmo colto l’essenza
ch’è oggi siepe di lavanda
nel passare delle nostre stagioni.

Dall’estate colgo il fiorire della tua primavera,
puledro d’alta montagna,
in questa mia estate che nella tenerezza del sole, avanza.

Memoria futura dei miei segreti,
oggi t’ho raccontato di come a volte piange la luna.

In silenzio,
mentre gli uomini del mondo
navigano senza bussola le rotte del sonno.

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Dalla profonda tenerezza e dalla gioia
d’essere mamma

saison II

indépendance - femme

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Sull’utima curva prima del sole
s’è incendiata la donna,
per rifiorire in eterna stagione,
mamma.

Ho nelle tue foglie le mie radici;
ho la timidezza di chi bussa alle nuvole
per raccomandarsi in un pò di pioggia,
perchè sia sempre in fiore,  di noi,
l’eterna stagione.

Ho fra le labbra un pensiero,
di cui tu custodisci con premura adulta,
il segreto.

Sta fiorendo 
all’ombra di una nuvola, tesoro,
il futuro.

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Dall cuore dell’utero, dall’utero dell’amore,
dal tracciato esistenziale

maman II

indépendance - l'attente

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Se solo tu fossi rimasto,
ci sarebbe ancora il piacere dell’attesa
e un posto vivo alla sua tavola.
Ci sarebbe un letto sempre fresco, rifatto.

Il cielo s’è chiuso nel silenzio
e dietro la persiana la vita è
un lungo tempo che non fa ritorno.

La consolano i ricordi,
senza chiederne altri ai giorni.
Racconta del sapore del palato
e del vivere dei suoi gatti.

Si muove in continua incertezza
il declino dell’ombra d’un uomo
che per te, fu la donna.

Parla da sola alle pareti che tutto trattengono;
io tutto respingo del suo cercarmi
nella guerra dei due mondi

Ora che le hanno strappato via
le pareti del mio primo albergo,
è solo un cuscino sbiadito che perde 
del vostro letto

le piume

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Guardando mamma

diagonal

indépendance - diagonal

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Mia madre
è una donna che ho imparato a conoscere
nei momenti difficili.

Se quando ero alto un suo ginocchio
mi pareva fredda, alta e austera
come le montagne che d’inverno valicano i sogni di noi bambini,

ora,
dopo tutto ciò che è accaduto
la ritrovo diversa

forse uguale
ma in una visione diagonale.
Rovesciata.

Mia madre è un’Errante.
Errante è una persona che Erra,
che sbaglia e continua a camminare sui propri sbagli,
viaggiando, viaggiando.

Fino al ritorno delle incertezze
e la conclusione di aver vissuto

senza rimpianti

.

(Mamma – Giacomo D.)

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Giacomo ci teneva che la pubblicassi qui.

histoire II

indépendance - souvenir

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Arriva d’improvviso
e scardina tutto.

Ti ricorderai un giorno,
di un giorno ancora più lontano
in cui tutto intorno e dentro mi moriva
e tu piangevi.

Il pianto d’un figlio
è il più grande dei dolori
perchè incide sulla pelle viva del cuore
la sacralità dell’Amore.

Non c’è niente che sia di noi, altro.
E le volte che m’hai vista rincorrere la gioia
è perchè fuggitiva, se ne stava andando.

La mano che mi passavi fra i capelli,
mi riapriva gli occhi all’esistenza,
come un dolore che non passa,
la vita succede.

E tutto quello ch’è di noi storia,
è di te ora,  l’ingombrante bagaglio.

Altre partenze ci darà il destino
verso le più antiche destinazioni,
come fosse dell’intero viaggio,
la bellezza fra le rotaie,

il rumore senza fermate
di un lungo abbraccio

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Trovato oggi, abbracciando Giacomo

chemin

indépendance - Giacomo e Francesca fotografati da Deborah Marini

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Giacomo e Francesca
fotografati da 
Deborah Marini  maggio 2007

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..
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E’ di voi l’odore del mare
che arriva anche con le finestre chiuse,
serrate anche le porte,
arriva con voi il meglio di ogni stagione.

Il tempo di ieri non è andato perso
e dalla strada arriva
la bellezza d’un vostro gesto.

Siate del vostro del tempo
la stagione che gioca col sole d’inverno
e il lieve vento nei lunghi pomeriggi d’estate.

Siate il ramo e non la foglia del pesco in fiore,
sia il frutto maturo nonstante la grandine
fuori stagione.

C’è il mare negli occhi di Ama,
e un tesoro nascosto di chi con cura 
spiega nel cuore dell’altro

le vele
 
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Dal motivo dei miei giorni