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Caro mio, che ne sai, tu.
di tutta la fatica che bisogna spendere per scrollarsi di dosso
la pesantezza dello sbaglio.
Quello sbaglio afferrato e vissuto con l’illusione leggera del prestito,
e poi sopportato con l’ingiustizia degli strozzini
per millequattrocentoquaranta minuti al giorno, ogni giorno.
Che ne sai di come sia difficile la strada
quando il fiato pretende il ritmo dell’affanno,
quando l’acquolina in bocca diventa sputo,
quando l’età si toglie il disbrigo della conta,
e quando l’uso e l’abuso dell’ingiusto diventa impellente
come il pane quotidiano.
Che ne sai, tu, dei temporali travestiti da sole,
che fingono di compiacerti il panorama e poi ti spengono la luce,
e al buio, ti bastonano fino a farti ammalare di tristezza eterna.
Che ne sai, tu. del peso e della maledizione dell’etichette,
che moralisti con morali senza riflessione t’incollano sulla fronte e sulla vita.
Non è mica così facile guarire,
quando gl’altri non ti riconoscono il diritto di una salute.
Che ne sai, tu, di tutte le dita puntate sulle spalle,
delle lingue che frustano la schiena,
e della maldicenza che avvolge la tua storia col fango, i
mpedendoti così di galleggiare sull’ipotesi di una rinascita.
Che ne sai. dei morsi e dei rimorsi ingoiati
e fatti girare dentro le indigestioni della coscienza.
Mille volte maledizione al nostro sbaglio,
mille volte perdono a chi lo ha dovuto subire.
Che ne sai, tu, delle notti scosse come un mare agitato,
quando t’impongono l’insonnia con le onde del passato,
o quando accendono i riflettori del rammarico
per illuminare e rammentare i passaggi di uno spreco.
Che ne sai, tu. dei piccoli grandi successi
capaci di ribaltarti la storia e allargarti il sorriso.
A volte basta poco: un piccolo sostegno,
una stampella di fiducia,
una mano allungata senza il guanto del sospetto.
Con la generosità di un gesto si può abbassare la salita,
resuscitare un figlio, riscoprire una madre, un padre,
e si può persino sbugiardarsi il peso morto di una rassegnazione.
Che ne sai, di come una pianta secca possa inventarsi un fiore,
e poi un seme, e poi altri fiori, e tutti,
rammentando gli inciampi trascorsi,
accuratamente cresciuti con l’attenzione del petalo.
Che ne sai, tu. della storia di una testa bassa
che mette un piede oltre la vergogna, e si concede di diventare fronte.
Fronte per millequattrocento quaranta minuti al giorno, ogni giorno.
Sapessi quanta fatica si è costretti a spendere,
prima di raggiungere e conquistare la sensazione del riscatto.
Basta un niente per ricadere, ci vuole una vita per risorgere.
Che ne sai. di tutti quelli che, per mantenersi vivi,
continuano a soffiare il loro entusiasmo sugli affanni degl’altri.
L’importante è crederci, insistere, non mollare mai.
Sempre e assolutamente, con dignità!
Che ne sai. e se lo sai, bé,
allora ti chiedo scusa, e prova a comprendere il mio timore
per tutta la miseria del non sapere altrui.
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Pino Roveredo
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Premio Campiello 2005 con "Mandami a dire"
e autore della prefazione del mio prossimo e unico libro
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Liberamente tratto dalle parole
che sostengono la rinascita.