créature

indépendance - caracreatura - Pino Roveredo


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"Caracreatura,
sono soltanto cinque minuti che ho acceso la luce del buongiorno,
e già mi è venuta addosso la voglia di spegnere quella della buonanotte.
Fosse per me, mi sveglierei soltanto per timbrare la presenza,
e poi m’infilerei nel buio di due tavor per scontare quel che resta dell’esistenza.
Santa Maria delle Solitudini, se sapessi…"

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Pino Roveredo
Caracreatura

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Oggi "Caracreatura" di Pino Roveredo – Ed. Bompiani
è stato presentato a Milano

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Sono mesi che
caracreatura mi fa compagnia nelle pause di parole;
quando il tempo stringe sulle attese
e non piove nemmeno se i pensieri squarciano le nuvole.

Caracreatura,
ne parlavamo con dolcezza.
nella consapevolezza del non essere soli
e diventa tenerezza anche il risveglio
per la Sua mano vigile sulle ombre d’ogni mio silenzio.

Poi in finire d’ogni telefonata il suo rassicurarmi:
"Bon, Beatrice, se c’è qualcosa che non va, tu mandami a dire"

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Trovato nel cuore e nele mani del mio babbo di parole

voix

indépendance  - encore, encore, encore

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Ho letto Beatrice, con gl’occhi del cuore,
quelli che non riescono a schivare la superficialità,
e sono condannati a riempirsi il sapere con la verità.

Ho letto Beatrice, inciampando sui miei stessi inciampi,
sulle mie stesse capriole, e su quella stessa malinconia angosciante
che, con la forza dei prepotenti, ti dipinge e costringe la fatica della vita.

Ho letto Beatrice, rammentando i miei treni persi,
e quegl’eterni saluti da spettatore che sospiravano sulle partenze altrui
e giuravano a santi senza cielo di cambiarsi la vita.

Ho letto Beatrice, e lo stomaco ha protestato il dolore del cazzotto,
e poi scongiurato il riposo di una buona,
discreta, almeno sopportabile salute.

Ho letto Beatrice, e gl’occhi hanno strappato dal petto
l’urgenza del pianto, e i muscoli hanno rovistato nell’affetto
e hanno afferrato la voglia assoluta di un abbraccio.

Ho smesso di leggere Beatrice, e ho chiuso i suoi occhi nei miei occhi,
e nel buio dove gira la rinascita,  ho esaudito il piacere di abbracciarla.
Ti voglio tanto bene… Beatrice.

Pino Roveredo
Scrittore, Premio Campiello 2005, Premio Cavallini 2006

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Dalla malinconia angosciante
che, con la forza dei prepotenti,
ti dipinge e costringe la fatica della vita.

soirée

timidité
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Pino:
Le nostre donne siamo noi
e tutto quello che ci contiene
ha odore di biancheria lavata a mano
nello scrittoio dei segreti

Le nostre donne sono girasoli in fiore 
nella battaglia dei giorni

e odore di bucato fresco pulito
sempre steso fuori, dopo il calar del sole

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Beatrice:
Le nostre donne siamo sodalizio taciuto
sottoscritto con la vita

 la tenacia, la dolcezza, gli errori.
Delle nostre donne, io sono l’errante

Le nostre donne
parliamo
lingue diverse
alla stessa tavola
ma nell’inguine mai interrotto di Dio
lavate dalle stesse acque del Giordano-dentro

bagnate ognuna d’un colore diverso,
insieme,
le nostre donne formiamo

una bandiera
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:
Beatrice
(Le nostre donne)
..

La sala  illuminata a candele, una per ogni tavolo è stracolma.
Anche la stanza che la precede,
il guardaroba e il corridoio lo sono.
Anche la corte interna accoglie persone che fumandosi nel freddo,
la vita, ascoltano.
Mi piace stare nel respiro di Pino,
mi piace sapere che qualcuno più grande di me, tanto più grande di me
prende me e le mie parole per mano e ci conduce
 oltre le dimidezze.
Ha odore di buono, di tanto buono la sua Presenza.
Non programmiamo la serata, se non per somme tracce.
Scegliamo solo il
finale. Lo sceglie lui
in quella frase che mi fa tanto buona a nulla,
che mi rende alla mia natura d’errante.

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Frammenti

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in stazione
– Senti so come sei, ma come ci riconosciamo?
– Sono una montagna di donna e ho una kefiah bianco-nera al collo.
lo riconosco e gli vado incontro con mio figlio.
(Ridacchia)
– E dov’è tutta questa montagna di donna?
– Qui.
.Ma tu non sei una montagna di donna, sei quasi esile
Ecco, io Amo i poeti per questo.
Sanno raccontare
bugie e sanno essere persuasivi.
Aveva ragione nella sua dolce menzogna.
Dal bozzolo della montagna s’era liberata di me, la farfalla.

Sottovoce
Ci si confidano tanti sguardi che non hanno bisogno di traduzione.
E’ il linguaggio di Pino.
Dolce e diretto, arriva al cuore.
Sapevo che non sarei stata sola.
Lui aveva capito tutte le parole che non gli avevo detto
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Fotografia
La poesia visiva di Deborah
ci ha catturati tutti. In uno scatto.
Il violino ha fatto vibrare le emozioni

Domanda
durante la serata, Pino mi pone una domanda
che mette in crisi chi mi conosce bene, intimoriti forse per
la mia reazione:

P: Se Beatrice dovesse scrivere di Borgo San Lorenzo?
B.: Pochi attimi di silenzio, due smorfie…
Fido! Scriverei di Fido. Fido era un cane fedele che ha meritatamente un monumento.
Era un cane fedele Fido, che anche dopo la morte del suo padrone
lo andava ad aspettare alla stazione, tutti i giorni.
Sì. Scriverei di Fido e scriverei delle vie che mi mancano in paese.
Vorrei poter prendere un caffè in Piazza Pier Paolo Pasolini
o che ne so, passeggiare in Via Dino Campana,
o in Via Don Lorenzo Milani (mi hanno detto poi che questa via c’è in una frazione),
o in Via Angeli del Fango, tutti i volontari  dell’alluvione del 1966 a Firenze.

Questa richiesta l’ho fatta al Sindaco del Comune di Borgo San Lorenzo,
Sindaco che ha aperto la mia serata,
stupendomi delle cose belle che ha detto di me.
(Grazie delle Parole e Grazie per esserci stato lì)

Io però m’aspetto le vie intestate a Pasolini
(è possibile che non ci sia in tutt’Italia
una via o piazza dedicata a lui?),
Una via intestata a Campana, e una intestata agli angeli del fango
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Liberamente tratto dalle cose che accadono
dalla confusione del sonno e dalle emozioni

sais-tu que…

reinassance

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Caro mio, che ne sai, tu.
di tutta la fatica che bisogna spendere per scrollarsi di dosso
la pesantezza dello sbaglio.
Quello sbaglio afferrato e vissuto con l’illusione leggera del prestito,
e poi sopportato con l’ingiustizia degli strozzini
per millequattrocentoquaranta minuti al giorno, ogni giorno.

Che ne sai di come sia difficile la strada
quando il fiato pretende il ritmo dell’affanno,
quando l’acquolina in bocca diventa sputo,
quando l’età si toglie il disbrigo della conta,
e quando l’uso e l’abuso dell’ingiusto diventa impellente
come il pane quotidiano.

Che ne sai, tu, dei temporali travestiti da sole,
che fingono di compiacerti il panorama e poi ti spengono la luce,
e al buio, ti bastonano fino a farti ammalare di tristezza eterna.

Che ne sai, tu. del peso e della maledizione dell’etichette,
che moralisti con morali senza riflessione t’incollano sulla fronte e sulla vita.
Non è mica così facile guarire,
quando gl’altri non ti riconoscono il diritto di una salute.

Che ne sai, tu, di tutte le dita puntate sulle spalle,
delle lingue che frustano la schiena,
e della maldicenza che avvolge la tua storia col fango, i
mpedendoti così di galleggiare sull’ipotesi di una rinascita.
Che ne sai. dei morsi e dei rimorsi ingoiati
e fatti girare dentro le indigestioni della coscienza.
Mille volte maledizione al nostro sbaglio,
mille volte perdono a chi lo ha dovuto subire.

Che ne sai, tu, delle notti scosse come un mare agitato,
quando t’impongono l’insonnia con le onde del passato,
o quando accendono i riflettori del rammarico
per illuminare e rammentare i passaggi di uno spreco.

Che ne sai, tu. dei piccoli grandi successi
capaci di ribaltarti la storia e allargarti il sorriso.
A volte basta poco: un piccolo sostegno,
una stampella di fiducia,
una mano allungata senza il guanto del sospetto.
Con la generosità di un gesto si può abbassare la salita,
resuscitare un figlio, riscoprire una madre, un padre,
e si può persino sbugiardarsi il peso morto di una rassegnazione.

Che ne sai, di come una pianta secca possa inventarsi un fiore,
e poi un seme, e poi altri fiori, e tutti,
rammentando gli inciampi trascorsi,
accuratamente cresciuti con l’attenzione del petalo.

Che ne sai, tu. della storia di una testa bassa
che mette un piede oltre la vergogna, e si concede di diventare fronte.
Fronte per millequattrocento quaranta minuti al giorno, ogni giorno.
Sapessi quanta fatica si è costretti a spendere,
prima di raggiungere e conquistare la sensazione del riscatto.
Basta un niente per ricadere, ci vuole una vita per risorgere.

Che ne sai. di tutti quelli che, per mantenersi vivi,
continuano a soffiare il loro entusiasmo sugli affanni degl’altri.
L’importante è crederci, insistere, non mollare mai.
Sempre e assolutamente, con dignità!

Che ne sai. e se lo sai, bé,
allora ti chiedo scusa, e prova a comprendere il mio timore
per tutta la miseria del non sapere altrui.
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Pino Roveredo

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Premio Campiello 2005 con "Mandami a dire"
e autore della prefazione del mio prossimo e unico libro

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Liberamente tratto dalle parole
che sostengono la rinascita.